E’ stato bloccato, poco prima dell’alba del 21 Giugno, quando in Italia erano le 4 del mattino , all’uscita del lussuoso albergo ‘Hotel Caracas Cumberland’. Ha tentato, parlando in Spagnolo, di seminare i poliziotti, ma quando ha riconosciuto i marescialli dell’Arma, del comando provinciale di Trapani, che gli davano la caccia, ha gettato la maschera e si è lasciato ammanettare. L’indagine che ha portato all’individuazione e alla cattura di Miceli è stata coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo. In carcere nell’ottobre del ‘90, su provvedimento dell’allora procuratore di Marsala, Paolo Borsellino, che si avvalse delle dichiarazioni della collaboratrice di giustizia Giacomina Filippello Taddeo (convivente del boss Natale L’Ala, ucciso il 7 maggio 1990 durante la guerra di mafia scatenata in provincia di Trapani dai corleonesi di Totò Riina). Quest’ultima indicò Miceli come un narcotrafficante di Cosa Nostra.

Secondo gl’inquirenti coordinati dalla magistratura, non si tratta di un capomafia di media grandezza, ma di un autentico pezzo da novanta di Cosa Nostra e del narcotraffico. Le ricerche in campo internazionale sono state diramate dal ministero dell’Interno il 20 marzo del 2006 Tenuto in grande considerazione dall’ex Capo dei Capi di Costa Nostra, Bernardo Provenzano, inteso ‘U zu’ Binu u tratturi’, catturato dal capo della squadra mobile di Palermo del tempo Giuseppe Gualtieri in contrada Montagnalonga di Corleone, l’11 aprile del 2006, insediato a tamburo battente, il 15 settembre 2006, quale questore di Trapani con la qualifica di dirigente superiore, per meriti distinti sul campo
PALERMO, E’ FINITA LA LATITANZA D’ORO DEL CAPOMAFIA DI SALEMI, SALVATORE MICELI, INDICATO COME REFERENTE NARCOS DEL CAPO DEI CAPI DI COSA NOSTRA MATTEO MESSINA DENARO, DA ALCUNI INDICATO COME IL “NUMERO DUE” DELLA MAFIA SICILIANA, ED INSERITO NELLO SPECIALE ELENCO DEI TRENTA LATITANTI PIU’ PERICOLOSI D’ITALIA, GIACENTE PRESSO IL MINISTERO DEGL’INTERNI. E’ NIPOTE DEL DEFUNTO BOSS SALVATORE ZIZZO.
E’ stato arrestato a Caracas, in Venezuela, dai carabinieri del comando provinciale di Trapani in collaborazione con l’Interpol. Nell’ambito di un’indagine coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo. Condannato con alcune sentenze definitive per associazione mafiosa e traffico internazionale di stupefacenti. Nel maggio del 2003 la polizia aveva arrestato, nell’ambito di un’operazione antidroga, anche la moglie di Miceli, Veronica Dudzinski, e i figli Ivano e Mario intercettato nel 2000 con Pino Lipari, il ‘consigliorì di Bernardo Provenzano, Si cambiava d’abito frequentemente e passava da un albergo all’altro, ma non ha fatto i conti con i segugi della Benemerita. In Italia dopo l’arresto di Miceli, i carabinieri del reparto di Trapani hanno operato una raffica di perquisizioni a Salemi, Marsala, Mazara del Vallo e in altri centri del palermitano. I militari, su disposizione della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, hanno passato al setaccio la rete dei presunti fiancheggiatori e trafficanti ritenuti vicini a Miceli. Gli investigatori ritengono che, negli ultimi mesi, Salvatore Miceli abbia compiuto un ulteriore salto di qualità, diventando il punto di riferimento tra Cosa nostra siciliana e i narcos del Sud America. Il salto di qualità di Miceli, già considerato un importantissimo anello di congiunzione tra la mafia e la ‘ndrangheta, è evidenziato dai risultati dell’indagine. Miceli, negli ultimi mesi ha fatto in continuazione la spola tra Venezuela, Colombia e Stati Uniti. Complimenti per la brillante operazione son partiti dal ministro degl’interni Roberto Maroni e dal ministro della Difesa Ignazio La Russa, diretti al comandante generale dell’Arma (l’uscente Gianfranco Siazzu ed il subentrante Leonardo Gallitelli.
Il Miceli, era considerato elemento di spicco del mandamento mafioso di Mazara del Vallo (Trapani). Catturato dopo quattro giorni di appostamenti e pedinamenti condotti da una task force composta da 15 uomini, tra marescialli dei carabinieri di Trapani, funzionari dell’Interpol e poliziotti locali. Il boss ha ammesso la propria identita’ e si è fatto ammanettare. Un altro uomo legato a Miceli, Francesco Termine, anche lui dedito al narcotraffico , fu arrestato in Venezuela dalla Squadra Mobile di Trapani, nell’ottobre del 2007. Miceli era finito in manette nel marzo del 1983 (su di lui pendeva un provvedimento restrittivo della magistratura statunitense), nell’ambito di un’operazione congiunta tra carabinieri, polizia e finanza che aveva portato all’arresto di 22 persone. Soddisfazione pure per il prefetto di Trapani, Stefano Trotta; e per il questore, Giuseppe Dr.Gualtieri, Dirigente Superiore della Polizia di Stato, insediatosi il 15 settembre 2006 già Capo della Squadra Mobile di Palermo, che durante la Sua direzione è giunta alla cattura del super latitante Bernardo Provenzano
Domenico Salvatore
Palermo-Ecco un’altra storia di mafia. Va raccontata piano piano, per poter capire tutti gli annessi e connessi. Per capire bene, bisogna seguire i personaggi principali ed i secondari che vi ruotano intorno. La zona è sempre la Sicilia, Palermo, Trapani, Salemi. I personaggi sono sempre gli stessi con la variante del caso. Gaetano Badalamenti, Salvatore Greco inteso Ciaschitteddhu, Bernardo Provenzano, Totò Riina, Mariano Agate, Matteo Messina Denaro, Salvatore Lo Piccolo, Totuccio Inzerillo, Stefano Boutade e qualche altro, Roberto Pannunzi, Francesco Barbaro inteso ‘U Castanu. Cosa Nostra è costretta a mordere il freno. Parte da lontano e lontano arriva. Lo Stato ha inflitto a Cosa Nostra un’altra cocente sconfitta. Con l’arresto di uno dei capimafia più celebrati, Salvatore Miceli, 63 anni, sposato, due figli. Benché abbia avuto la capacità d’inabissarsi spesso e volentieri.
Appresa la notizia del suo arresto, il sindaco di Salemi, onorevole professore Vittorio Sgarbi ha rilasciato alla stampa una dichiarazione ben pepata secondo il suo standard:” L’arresto di Salvatore Miceli segna un riavvicinamento sempre più inevitabile alla fine della mafia da me prefigurato e inteso come fine di una mafia artigianale dedita al narcotraffico e con i comportamenti tradizionali che rappresentano l’idea del mafioso latitante” Così la Città di Salemi è finalmente liberata anche dall’ultimo richiamo all’immagine tradizionale della mafia. Finisce un’epoca”. Sgarbi continua a lanciare missili terra-aria contro lo Stato che dovrebbe essere più vigile sullo scempio edilizio che ha devastato la valle dei templi nei pressi di Agrigento.
Sull’arresto di Miceli, interviene anche l’ex presidente della Commissiona Parlamentare Antimafia, senatore Giuseppe Lumia: ” La cattura del boss Miceli è un duro colpo per Cosa nostra. Un grande risultato per lo Stato.
Un uomo di Matteo Messina Denaro che ha sempre curato i grossi traffici internazionali di droga, insieme con la ‘Nrangheta e attraverso contatti diretti con i cartelli colombiani
Miceli lavorava per fare rientrare la mafia siciliana nel grande business della droga e per accompagnare l’ascesa di Matteo Messina Denaro, che proprio in Venezuela ha sempre mantenuto importanti rapporti, anche recandosi di persona nel Paese sudamericano. Adesso bisogna insistere sul fronte repressivo per catturare Matteo Messina Denaro e aumentare la durata delle pene, che oggi risulta inefficiente. Basti pensare che boss come Bonafede e Luppino (della provincia di Trapani) dopo pochi anni di reclusione hanno ripreso la loro attività mafiosa.
Infine, rimane ancora irrisolto il nodo mafia-politica e mafia-economia, su cui Matteo Messina Denaro conta per riorganizzare la nuova Cosa nostra”. La lotta alla mafia e per la legalità è una cosa seria. È necessario aggredire gli interessi mafiosi sempre in agguato e che spaziano in diversi campi, a partire dalla gestione dei rifiuti”.
Salvatore Miceli, è’ stato bloccato, poco prima dell’alba, quando in Italia erano le 4 del mattino ,all’uscita del lussuoso albergo Hotel Caracas Cumberland. Ha tentato, parlando in Spagnolo, di seminare i poliziotti, ma quando ha riconosciuto i marescialli dell’Arma, del comando provinciale di Trapani, che gli davano la caccia, ha gettato la maschera e si è lasciato ammanettare. L’indagine che ha portato all’individuazione e alla cattura di Miceli è stata coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo.In carcere nell’ottobre del ‘90, su provvedimento dell’allora procuratore di Marsala, Paolo Borsellino, che si avvalse delle dichiarazioni della collaboratrice di giustizia Giacomina Filippello Taddeo(convivente del boss Natale L’Ala, ucciso il 7 maggio 1990 durante la guerra di mafia scatenata in provincia di Trapani dai corleonesi di Totò Riina). Quest’ultima indicò Miceli come un narcotrafficante di Cosa Nostra. Secondo gl’inquirenti coordinati dalla magistratura, non si tratta di un capomafia di media grandezza, ma di un autentico pezzo da novanta di Cosa Nostra e del narcotraffico. Le ricerche in campo internazionale sono state diramate dal ministero dell’Interno il 20 marzo del 2006 Tenuto in grande considerazione dall’ex Capo dei Capi di Costa Nostra, Bernardo Provenzano, inteso ‘U zu’ Binu u tratturi, catturato dal capo della squadra mobile di Palermo del tempo Giuseppe Gualtieri in contrada Montagnalonga di Corleone, l’11 aprile del 2006, insediato a tamburo battente, il 15 settembre 2006, quale questore di Trapani con la qualifica di dirigente superiore, per meriti distinti sul campo. E’ stato arrestato a Caracas, in Venezuela, dai carabinieri del comando provinciale di Trapani in collaborazione con l’Interpol. Nell’ambito di un’indagine coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo. Condannato con alcune sentenze definitive per associazione mafiosa e traffico internazionale di stupefacenti. Nel maggio del 2003 la polizia aveva arrestato, nell’ambito di un’operazione antidroga, anche la moglie di Miceli, Veronica Dudzinski, e i figli Ivano e Mario intercettato nel 2000 con Pino Lipari, il ‘consigliorì di Bernardo Provenzano, Si cambiava d’abito frequentemente e passava da un albergo all’altro, ma non ha fatto i conti con i segugi della Benemerita. In Italia dopo l’arresto di Miceli, i carabinieri del reparto di Trapani hanno operato una raffica di perquisizioni a Salemi, Marsala, Mazara del Vallo e in altri centri del palermitano. I militari, su disposizione della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, hanno passato al setaccio la rete dei presunti fiancheggiatori e trafficanti ritenuti vicini a Miceli. Gli investigatori ritengono che, negli ultimi mesi, Salvatore Miceli abbia compiuto un ulteriore salto di qualità, diventando il punto di riferimento tra Cosa nostra siciliana e i narcos del Sud America. Il salto di qualità di Miceli, già considerato un importantissimo anello di congiunzione tra la mafia e la ‘ndrangheta, è evidenziato dai risultati dell’indagine. Miceli, negli ultimi mesi ha fatto in continuazione la spola tra Venezuela, Colombia e Stati Uniti. Complimenti per la brillante operazione son partiti dal ministro degl’interni Roberto Maroni e dal ministro della Difesa Ignazio La Russa, diretti al comandante generale dell’Arma (l’uscente Gianfranco Siazzu ed il subentrante Leonardo Gallitelli. Il Miceli, era considerato elemento di spicco del mandamento mafioso di Mazara del Vallo (Trapani). Catturato dopo quattro giorni di appostamenti e pedinamenti condotti da una task force composta da 15 uomini, tra marescialli dei carabinieri di Trapani, funzionari dell’Interpol e poliziotti locali. Il boss ha ammesso la propria identita’ e si è fatto ammanettare. Un altro uomo legato a Miceli, Francesco Termine, anche lui dedito al narcotraffico , fu arrestato in Venezuela dalla Squadra Mobile di Trapani, nell’ottobre del 2007. Miceli era finito in manette nel marzo del 1983 (su di lui pendeva un provvedimento restrittivo della magistratura statunitense), nell’ambito di un’operazione congiunta tra carabinieri, polizia e finanza che aveva portato all’arresto di 22 persone. Soddisfazione pure per il prefetto di Trapani, Stefano Trotta; e per il questore, Giuseppe Dr.Gualtieri, Dirigente Superiore della Polizia di Stato, insediatosi il 15 settembre 2006 già Capo della Squadra Mobile di Palermo, che durante la Sua direzione è giunta alla cattura del super latitante Bernardo Provenzano Si parla di tanti personaggi che di riffe o di raffe entrano nella storia. Uno di questi è Pino Lipari.

In una telefonata intercettata nel 2000, il consiglieri di Provenzano, Pino Lipari, delegava Miceli alla gestione ufficiale del traffico internazionale di droga per conto di Cosa Nostra. Il gup di Palermo il 15 gennaio, ha condannato a due anni per associazione mafiosa Pino Lipari, ritenuto il consigliori dei boss Provenzano e Riina. Ma chi è Salvatore Miceli? Come mai salta fuori proprio adesso nel contesto internazionale? Un piccolo riferimento a suo zio da cui ha ereditato lo scettro servirà a capire meglio.
Miceli è il nipote del trafficante di eroina Salvatore Zizzo. È considerato, insieme a Roberto Pannunzi, l’intermediario tra i clan di Cosa Nostra, la ‘ndrangheta ed i cartelli colombiani della cocaina. È stato coinvolto in una rete di trafficanti di cocaina con Mariano Agate, il boss mafioso di Mazara del Vallo e dei clan calabresi dei Marando, dei Trimboli e dei Barbaro di Platì. L’anello fu smantellato nel maggio 2003, ma Miceli non fu catturato. Per un trasporto di cocaina fallito entrò in rotta di collisione con il boss Giovanni Brusca, che voleva ammazzarlo. Venne salvato dall’intervento di Vincenzo Sinacori e di Matteo Messina Denaro, il boss di Castelvetrano. Miceli apparteneva alla mafia della Provincia di Trapani e i mafiosi di Palermo non avrebbero potuto agire contro di lui senza il permesso dei boss di Trapani. Viene tirato in ballo un altro noto narcotrafficante,
Roberto Pannunzi (1948) è ritenuto uno degli esponenti di rilievo della ‘Ndrangheta. I servizi antidroga italiani considerano Roberto Pannunzi il “principe” del narcotraffico internazionale: Imparentato con la famiglia Macri’; una delle piu’ forti della ‘Ndrangheta calabrese; gia’ elemento di spicco della cosca mafiosa Vincenzo Macri’ di Siderno, Contrattava alla pari con il cartello di Medellin. Fece anche sposare suo figlio con un esponente del cartello per rafforzarne i legami. Ha operato d’intesa con le cosche di Gaetano Badalamenti e di Gerlando Alberti. Sarebbe stato proprio lui, secondo la polizia, a mettere in contatto la cosca di Alberti con i narcotrafficanti marsigliesi, convicendo un chimico, Rene’ Bousquet, a trasferirsi a Palermo e ad impiantare la prima raffineria di eroina in una villetta nei pressi dell’aeroporto di Punta Raisi, che era sotto il controllo diretto del capo dei capi di Cosa Nostra “Don Tano” Badalamenti.
Il ‘Los Angeles Times’ rivela che nel periodo più florido della sua attività, importasse in Europa fino a 2 tonnellate di cocaina al mese. É stato accusato di traffico di stupefacenti e associazione a delinquere di stampo mafioso, con 4 ordinanze di custodia cautelare. Roberto Pannunzi, viveva da quattro anni in Colombia dove si era sposato ed aveva avuto un figlio. Anche il figlio, Alessandro Pannunzi, operò nel settore del narcotraffico insieme al padre. Oltre che con i Colombiani Pannunzi trafficava con la mafia turca ed il clan dei marsigliesi. Ebbe contatti con Gaetano Badalamenti e Gerlando Alberti. Fu catturato il 28 gennaio 1994 in Colombia dalla Polizia nazionale colombiana. Si rese di nuovo latitante dal 1999 e venne arrestato un’altra volta a Madrid insieme a suo figlio Alessandro Pannunzi nel 2004 dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria in collaborazione con il Servizio Interpol e la Direzione Centrale Servizi Antidroga.
Il ministro degl’interni del tempo Giuseppe Pisanu dichiarò alla stampa: ” L’arresto in Spagna di Roberto Pannunzi, uno dei trenta più pericolosi latitanti, è la ulteriore conferma che l’azione delle forze dell’ordine contro la criminalità organizzata, prosegue senza sosta; non soltanto sul territorio nazionale, ma anche all’estero. L’operazione, frutto di una consolidata ed efficace collaborazione tra la polizia italiana e quella spagnola , è di particolare importanza perché assicura alla giustizia uno dei protagonisti del traffico internazionale di droga tra i cartelli colombiani e la ndrangheta italiana. La vigorosa azione in qui condotta contro la ‘ndrangheta, la cui pericolosita’ avevo io stesso ripetutamente evidenziato, fa registrare oggi un risultato concreto e certamente utile per la disarticolazione della piu’ pericolosa delle organizzazioni criminali. Per questa ragione prego il capo della polizia, prefetto Gianni de Gennaro, di estendere alle strutture investigative che hanno operato il mio vivo compiacimento. Miceli, è legato a Mario Pannunzi ed al figlio Alessandro. Miceli, avrebbe attivato una collaborazione, una vera e propria joint-venture, come la definiscono gli investigatori, tra il mandamento mafioso di Mazara del Vallo, capeggiato da Mariano Agate, e le cosche della ‘Ndrangheta dei Marando, dei Trimboli e dei Barbaro. Roberto Pannunzi e Mariano Agate, due boss di primissimo piano. Due narcotrafficanti di respiro internazionale. Due colossi degli stupefacenti che trafficavano la cocaina a quintali a tonnellate. Il segno che ‘ndrangheta e Cosa Nostra, abbiano sempre lavorato a stretto contatto di gomito. Con un solo scopo: lucrare montagne di dollari da reinvestire nei più svariati campi e settori. Compresi quelli del mercato delle armi e della stessa droga. Ma anche nel settore immobiliare. Acquisto di catene di alberghi e ristoranti o interi quartieri al Nord Italia ed al Nord Europa. Investimenti in Borsa, nei paradisi della vacanze e nei paradisi fiscali, per l’acquisto di aerei personali, yacht e panfili, macchine super-veloci, super-accessoriate, super-costose, costruzioni di ville-bunker, montagne di euri e di dollari per corrompere i funzionari dei punti strategici. E per strutturare e mantenere eserciti di picciotti, disposti a tutto. Una latitanza d’oro che dura al massimo un decennio. Come chiariscono, la casistica, la statistica e la cronaca. 
Eccezion fatta per Bernardo Provenzano, che doveva avere delle protezioni speciali e particolari per forza di cose, comunque. Non si rimane mezzo secolo alla macchia. Forse un giorno qualcuno farà la “cantatine”, come tante se ne sono fatte e sapremo alfin la verità. Quanta gente di Salemi. Di Salemi erano pure i cugini Salvo. I cugini Ignazio e Antonino Salvo furono due imprenditori, esponenti politici aderenti alla Democrazia cristiana e uomini d’onore della famiglia mafiosa di Salemi. Ricordati in modo congiunto e chiamati con il nome di ”cugini Salvo”. Ignazio e Nino venivano chiamati indistintamente “gli Esattori” ma più spesso ”i Vicerè”. I due, infatti, gestivano in regime di monopolio le esattorie siciliane e possedevano a Palermo, l’Hotel Zagarella che ospiterà Giulio Andreotti e vari boss mafiosi siciliani. Nino sposò Francesca Corleo, figlia del finanziere Luigi Corleo, sequestrato dai corleonesi nel 1975 e poi ucciso con il metodo della lupara bianca.
Nel luglio 1960 Ignazio Salvo divenne presidente della SAGAP (Società per Azioni Gestione Appalti Pubblici). I cugini Salvo erano legatissimi ai boss Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti e ai politici Salvo Lima e Vito Ciancimino. Dopo l’uccisione di Bontate nel 1981, Nino ed Ignazio passarono alle dipendenze dei corleonesi di Totò Riina, che stavano scatenando una seconda guerra di mafia all’interno di Cosa Nostra. Il 12 novembre 1984 il giudice Giovanni Falcone chiese ed ottenne l’arresto dei cugini Salvo con l’accusa di associazione di tipo mafioso. Nino Salvo morì in una clinica di Bellinzona il 19 gennaio 1986 per un tumore, attorniato dai suoi parenti. Ignazio Salvo fu condannato per associazione mafiosa, ma venne ucciso il 17 settembre 1992 mentre stava entrando nel cancello della sua abitazione da un gruppo di killer capitanato da Leoluca Bagarella, arrestato dalla DIA il 24 giugno 1995: da allora ha sempre soggiornato in regime di 41 bis. 
Ad ordinare la sua morte fu Totò Riina in quel momento, Capo dei Capi di Cosa Nostra, arrestato il 15 gennaio del 1993 dal Crimor (squadra speciale dei ROS guidata dal Capitano Ultimo) sulle indicazioni del neopentito Baldassare Di Maggio inteso Balduccio e del generale Francesco Delfino, comandante della Regione Piemonte; ed il motivo dell’assassinio fu lo stesso di Salvo Lima: non aver saputo modificare in Cassazione la sentenza del maxiprocesso che condannò Riina all’ergastolo. In cella, tradito da Balduccio Di Maggio, ormai dal 15 gennaio 1993.
Per questa ragione il 9 agosto 1991 venne ammazzato a Piale, sulla strada provinciale, Villa San Giovanni-Campo Calabro anche il procuratore generale della Corte di Cassazione, Antonino Scopelliti, che non volle cedere alla corruzione ed assolvere i mammasantissima della Cupola palermitana. Fu ucciso a pochi metri da casa sua.
Si parla spesso incrociando le varie vicende di mafia, anche di Salvatore e Sandro Lo Piccolo, Capo dei Capi di Cosa Nostra, in comproprietà con Matteo Messina Denaro, attuale leader. I boss latitanti Lo Piccolo, furono catturati, il 5 novembre 2007, dopo una latitanza di 25 anni. Salvatore Lo Piccolo, ufficialmente imprenditore edile, 65 anni, detto “il Barone”, era ricercato dal 1983. Padre e figlio erano in una villetta in cemento, totalmente ammobiliata a Giardinello, tra Cinisi e Terrasini, nel palermitano. Latitante dal 1983, era ritenuto al vertice di Cosa Nostra palermitana. Dopo l’arresto di Bernardo Provenzano, infatti, avrebbe assunto il controllo dell’organizzazione criminale contendendo la leadership a Matteo Messina Denaro, boss latitante del trapanese. Nella circostanza furono arrestati anche i latitanti Gaspare Pulizzi, neo-pentito di Cosa Nostra e Andrea Adamo. Il primo è reggente di Brancaccio il secondo di Carini. Tutti inseriti fra i 30 maggiori ricercati d’Italia. I quattro erano impegnati in una riunione fra boss. Decisivo nella circostanza, fu il contributo di un nuovo pentito, Francesco Franzese, arrestato lo scorso 2 agosto dagli uomini della Catturandi in una villetta alla periferia della città. Dai Lo Piccolo furono trovate ben otto pistole. Tra queste: una è in dotazione alle forze di polizia; l’altra con la matricola abrasa e una terza con il silenziatore. Rinvenute anche numerose agende zeppe di appunti, soldi e alcuni “pizzini” recuperati in bagno. A catturarlo è stata la polizia, che lo ha individuato nella villa assieme al figlio Sandro, 32 anni, latitante da nove. A carico di Salvatore Lo Piccolo pendevano 8 ordinanze di custodia cautelare. Imprenditore edile, aveva cominciato la sua carriera di mafioso come guardaspalle e autista del ‘padrino’ di San Lorenzo, Rosario Riccobono. Mammasantissima, poi soppresso con il metodo della ‘lupara bianca’ durante la guerra di mafia degli anni ’80. In questa storia di mafia, si parla del mammasantissima del Trapanese, Natale L’Ala e della sua convivente, che arrivò ad incatenarsi davanti ai cancelli del Quirinale, perché gl’impedivano d’incontrare il suo uomo, in quel momento in carcere. Fu proprio lei, novella pentita, dopo che le avevano ammazzato l’amante, ad indicare alle forze di Polizia, il narcotrafficante Salvatore Miceli
Una decina di anni fa o giù di lì, Giacomina Filippelli, allora 58.enne certamente non folgorata sulla via di Damasco, conquistò il titolo sui giornali di “pentita a luci rosse”, Era stata esclusa dal programma di protezione, per aver trasgredito le “regole di riservatezza” imposte ai collaboratori. Non era diventata un killer, un pusher od una rapinatrice. La “Venere bianca” di Cosa Nostra, sotto falso nome, per motivi di sicurezza, fu arrestata per sfruttamento della prostituzione. Comincio’ a collaborare con la giustizia subito dopo l’uccisione del suo compagno, il boss “don” Natale L’Ala, ammazzato il 7 maggio ’90. La donna si rivolse al procuratore di Marsala del tempo, Paolo Borsellino. Dalle sue dichiarazioni venne fuori l’operazione “Omega” contro le cosche dell’hinterland di Trapani, conclusa con il rinvio a giudizio di ben ottantotto dei novantuno indagati. Tra i quali Toto’ Riina, Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca. Colui che premette il pulsante della Strage di Capaci, che costò la vita a Giovanni Falcone ed alla sua scorta. Ed anche Il piccolo Di Matteo fu sequestrato e poi sciolto nell’acido nel novembre del 1993 per ordine di Giovanni Brusca capomafia della famiglia di San Giuseppe Jato, La relazione con quella donna piu’ giovane di lui e con la quale conviveva gli costò il prestigio e la vita. Il boss, violando una regola del “codice” mafioso, era solito confidare alla compagna tutti i suoi segreti: dai rapporti con i politici, di cui aveva fatto pure i nomi, a quelli con esponenti della massoneria deviata. Il Vescovo di Trapani, Francesco Miccichè, era intervenuto per ricordare che i Massoni siano fuori dalla chiesa e non abbiano diritto al Sacramento della Comunione. Una collaboratrice di giustizia, divenuta manager del sesso, Bloccata a Roma da agenti del commissariato Trevi, al termine di una perquisizione notturna compiuta nel club privato “Dafne”, vecchia cantina di Trastevere, trasformata in un prive’ “a luci rosse” con spogliarelliste provocanti e coppie in vena di trasgressione, assieme al nuovo convivente della donna, Vittorio Ceccano, L’avvocato difensore Alessandra Neri, disse che la sua cliente avesse annunciato in tv di non volere piu’ collaborare, dopo la revoca del programma di protezione.
La famiglia mafiosa dei L’ Ala, legati ad un’ antica filosofia di Cosa Nostra, temuta e riverita, era una delle più antiche della provincia di Trapani, con le mani in pasta in tutti gli affari, nelle lucrose attività criminali. Soprattutto nella droga. Finchè “Don Tano” Badalamenti rimase ai vertici di Cosa Nostra. Ma a poco a poco venne sterminata. Il patriarca Natale era miracolosamente sfuggito a due agguati ( nell’ ultimo aveva perso l’ occhio destro; e da allora camminava con una vistosa benda ed una Fiat 132 blindata). Era iscritto anche alla potente loggia massonica Iside 2, parte di una piccola costellazione di logge: Iside, Iside 2, Osiride, Cielo d’ Alcamo, Hiram, Cassero, “C” con tanto di Gran Maestro, (Mafia, Massoneria, Potere Politico, Burocrazia erano ben legati e collegati), scoperta a Trapani. Il boss era l’ unico sopravvissuto della cosca e tirava a campare. Spedito anche al soggiorno obbligato a Bassano del Grappa, ma cadde in disgrazia perché viveva con una donna non sposata. Ma pure emarginato per via di certe alleanze perdenti o non vincenti, in quel periodo storico. Si era legato ai clan di “don” Tano Badalamenti e del patriarca di Alcamo, “don” Vincenzo Rimi. Non era la mafia emergente legata ai corleonesi che con il traffico degli stupefacenti hanno ottenuto in poco tempo potenza e ricchezza.. L’Ala, accusato anche di associazione mafiosa e traffico di stupefacenti, rientrava nella logica di sterminio dei boss vecchi ma ancora potenti, che godono di enorme prestigio e potere.Secondo lo standard abituale di Cosa Nostra. Venne infatti ammazzato, il 7 luglio del 1990, all’ interno di una salumeria, a Campobello di Mazara, nella Valle del Belice. Nel suo stesso regno. Con il tipico lugubre rito, riservato ai mammasantissima. Due killer armati di pistola e fucile caricato a lupara, lo ridussero come un colabrodo. In tutte le storie di mafia di carambola e rimbalzo si parla spesso di Platì (RC) e delle “famiglie” di ‘ndrangheta.
Dalle indagini sarebbe emersa, in particolare, la capacita’ della ‘Ndrangheta di movimentare enormi quantitativi di cocaina grazie ai contatti di Paolo Sergi, legato, in particolare, alle famiglie Marando e Trimboli, con le famiglie siciliane. Nella sentenza d’ appello al maxiprocesso ‘ Ndrangheta al Nord (Nord-Sud) erano stati confermati 9 ergastoli e più di 100 condanne per 12 sequestri, 19 omicidi, traffici di droga, riciclaggio e corruzioni. Tra le condanne, spiccano gli ergastoli riconfermati ai boss Francesco e Paolo Sergi, Antonio e Domenico Papalia, Francesco Trimboli, capi assoluti di famiglie calabresi trapiantate a Milano. Il superpentito Saverio Morabito, sotto protezione, fu condannato a 30 anni
I Sergi sono una ‘Ndrina della mafia calabrese, originaria di Platì. Nel nord Italia si trovano nella zona sud di Milano in collaborazione con i Marando e i Papalia con i quali si occupano del traffico di cocaina e eroina e a Busto Arsizio e Gallarate. Nel 1985 in uno scantinato di via Lamarmora, a Milano, si svolse un incontro tra i Sergi e i Papalia per il controllo dell’eroina. Partecipò all’incontro anche Domenico che riuscì a portare le due ndrine a un accordo ed evitare la faida. I Sergi gestivano 100kg di cocaina alla settimana, e il loro ufficio era il bar Trevi di Buccinasco, e il distributore Esso in via Milano a Corsico, gestito dalla famiglia Moscardi. Francesco Sergi (arrestato nell’operazione Nord-Sud negli anni novanta), Paolo Sergi Il 12 novembre del 2002 a Platì scattò l’operazione Marine che portò all’arresto di ben 125 persone, tra cui una cospicua parte della Ndrina dei Sergi. Sono stati arrestati per aver influito sulla gestione del comune in modo mafioso e per la costruzione di un bunker sotterraneo al paese, costruito coi soldi del comune, per scappare e nascondersi dalle forze dell’ordine. Insieme ad essi anche le famiglie dei Barbaro,Trimboli e Romeo. Nel 2006 la procura di Milano richiede l’estradizione per il cileno Alejandro Omar Arriagada Ramos che aveva contatti con boss Paolo Sergi per il traffico di droga. Il boss Paolo Sergi e suo figlio Rocco Sergi, già detenuti in carceri italiane in attesa di sentenze definitive per condanne dai 13 ai 15 anni e imputati in altri processi che li vede coinvolti per analoghi capi di imputazione, sono stati scarcerati per vizi di forma. Il 20 maggio 2008 avviene un’operazione antidroga in cui si hanno 48 ordinanze di custodia di custodia cautelare su presunti appartenenti della cosca dei Cataldo di Locri che s rifornivano di cocaina dai Sergi e i Marando che importavano dalla Colombia e dal Marocco.
I Barbaro sono una potente ndrina della Ndrangheta calabrese originaria di Platì. Soprannominati “Castani”. Nell’Italia settentrionale sono insediati nella periferia di Milano a Buccinasco e Corsico. Sono legati alla cosca dei Papalia e dei Paparo. La potenza dei Barbaro è alimentata dall’armamentario utilizzato (mitragliette Uzi, Skorpion, fucili a pompa, pistole, bazooka, lanciagranate, bombe a mano ecc.).. A ridosso degli anni novanta e nel terzo millennio, la loro presenza è stata segnalata anche in Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Trentino Alto Adige e Liguria. I Barbaro erano originari del comune di Oppido. Negli anni cinquanta, quando risiedevano ancora a Castellace, nel confinante comune di Oppido Mamertina, furono coinvolti in una faida con i Mammoliti. Nell’ottobre del 1954 Domenico Barbaro, uccise il capobastone Francesco Mammoliti, padre di “Don Saro”. Il 7 novembre dello stesso anno, viene ucciso Francesco Barbaro insieme ad altri. L’attacco fu attribuito a Vincenzo Mammoliti (deceduto), ma non fu ritenuto colpevole per insufficienza di prove. Il 19 gennaio 1955 viene ucciso il fratello di Francesco Barbaro, Giovanni. I Barbaro, vennero sconfitti e si trasferirono nel vicino comune di Platì. La faida durò fino al 1978, quando Domenico Barbaro fu ucciso a Perugia, dopo aver passato 26 anni in prigione per l’omicidio di Francesco Mammoliti, commesso nel 1954. I Barbaro emigrati in Australia insieme alle altre famiglie di Platì come i Sergi e i Trimboli incominciano nel 1974 la coltivazione e lo spaccio di mariuana. Operano principalmente a Griffith e Sydney. Dal 1974 a guidare il “Locale” di Platì, che comprende le famiglie Perre, Trimboli, Agresta, Catanzariti, Sergi, Papalia, Musitano e Molluso è Antonio Barbaro, detto ‘U nigru’.. Francesco Barbaro (detto “Cicciu ‘U castanu’), capo del clan, è arrestato il 5 gennaio 1989 e sale al comando il figlio Giuseppe Barbaro. L’8 febbraio del 2002 è arrestato il capo del clan, Rocco Barbaro, che sostituiva al comando gli altri fratelli arrestati.
Esponenti di Spicco Francesco Barbaro detto Cicciu u Castanu, 81 anni (arrestato il 9 maggio 2008). Fu autore di numerosi sequestri negli anni Ottanta
Giuseppe Barbaro (figlio di Francesco Barbaro), capobastone arrestato nel 2001,
Rocco Barbaro, figlio di Francesco Barbaro, arrestato nel 2002. Dal 1993 è latitante. è accusato di omicido e traffico di stupefacenti. Viene arrestato l’8 febbraio 2003 dal ROS dei Carabinieri.
Pasquale Giuseppe Barbaro detto Capatosta, arrestato a Platì nel 2002
Pasquale Barbaro (Platì – Pavia 2007), capobastone dei Barbaro detti ‘U Castanu”. Gestiva appalti pubblici in nord Italia
Capomafia riconosciuto di Mazara del Vallo, implicato in diverse operazioni di mafia, scatenate dalla magistratura siciliana. Compresa l’ultima contro il clan di Matteo Messina Denaro ritenuto il nuovo capo di Cosa Nostra latitante dal 1993. Con tredici arresti e 18 avvisi del 16 giugno 2009 agenti del Servizio centrale operativo e delle Squadre mobili di Trapani e Palermo ritenute responsabili, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione, traffico di sostanze stupefacenti, trasferimento fraudolento di società e valori I provvedimenti sono stati emessi dal gip di Palermo che ha accolto le richieste del procuratore aggiunto Teresa Principato e dei pm Roberto Scarpinato, Paolo Guido, Sara Micucci e Roberto Piscitello.
In manette anche Mario Messina Denaro cugino del boss Nel corso dell`operazione `Golem` gli inquirenti hanno contestualmente eseguito delle perquisizioni in quindici istituti penitenziari nei confronti di trentasette detenuti.
I detenuti, secondo quanto accertato dagli inquirenti, avrebbero comunicato con gli indagati. Tra questi, figurano `boss` di primissimo piano nel panorama di Cosa Nostra, tra cui Mariano Agate, capo indiscusso del `mandamento` mafioso di Mazara del Vallo, detenuto ininterrottamente da oltre 15 anni e condannato a più ergastoli per associazione mafiosa, omicidi e traffico di sostanze stupefacenti. Storicamente legato all`ala corleonese di Cosa Nostra, è da sempre considerato vicinissimo alla famiglia Messina Denaro.Caracas, la capitale del Venezuela, è una città cara a Cosa Nostra e non è una sorpresa che spesso e volentieri venga citata nei rapporti delle forze di Polizia e nelle operazioni della DDA o della CPA e DNA. E’ anchela città dove si spento il Capo dei Capi di Csa Nostra Salvatore Greco, inteso “Ciaschitteddhu”
E’ stato un mammasantissima di Cosa Nostra, boss della famiglia mafiosa di Ciaculli. Il suo soprannome “Ciaschiteddu” significa “piccolo fiasco” in siciliano. Salvatore Greco fu il primo capo della “commissione” della mafia costituita nel 1958. Egli venne eletto a capo della commissione perché capo di una delle famiglie più importanti della mafia siciliana, sopravvissuto alla faida svoltasi a Palermo fra il 1946 ed il 1947 fra la sua famiglia e quella di Croce Verde Giardini, diretta da suo cugino Salvatore Greco, inteso l’ingegnere od anche ‘U longu. La pace fra le due famiglie rivali fu raggiunta con la concessione dei diritti sulle proprietà dei Giardini, che ciascuno ritenne conveniente. Si introdussero nel contrabbando di sigarette ed nel traffico di droga.”Ciaschiteddu” Greco era presente alla riunione fra la mafia siciliana e quella americana tenutasi fra il 12 ed il 16 ottobre 1957 presso l’Hotel delle Palme di Palermo. Presenti i mafiosi americani: Joseph Bonanno, Lucky Luciano, John Bonventre, Frank Garofalo, Santo Sorge; oltre ai cugini Greco, Giuseppe Genco Russo, Angelo La Barbera, Gaetano Badalamenti, Calcedonio Di Pisa e Tommaso Buscetta. Uno dei risultati di questa riunione fu la costituzione della Commissione della mafia, poi definita “Cupola di Cosa Nostra”, a capo della quale venne eletto “Ciaschiteddu” Greco. Secondo il “pentito dei due mondi” Tommaso Buscetta, “Ciaschiteddu” Greco fu coinvolto nell’omicidio di Enrico Mattei, il controverso presidente dell’ENI che morì in un misterioso incidente aereo il 27 ottobre 1962. Egli fu probabilmente coinvolto anche nella decisione di uccidere il giornalista Mauro De Mauro che scomparve il 16 settembre 1970 mentre investigava sulla morte di Mattei, Ciaschiteddu” Greco fu uno dei protagonisti della sanguinosa guerra di mafia fra clan rivali a Palermo nei primi anni sessanta, per il controllo delle attività edilizie dovute al rapido sviluppo delle costruzioni urbane a Palermo; e del traffico illecito della droga con il nord America. Il conflitto ebbe inizio per un carico di eroina e l’omicidio di Calcedonio Di Pisa, un alleato dei Greco, nel dicembre del 1962. I Greco sospettarono, quali autori, i fratelli Salvatore e Angelo La Barbera.Il 30 giugno 1963, un’autobomba esplose vicino la casa dei Greco a Ciaculli uccidendo 7 carabinieri accorsi per disinnescare la bomba dopo una telefonata anonima. L’indignazione per la Strage di Ciaculli, cambiò la guerra della mafia in una guerra dello stato contro la mafia. La Commissione venne dissolta ed i mafiosi che riuscirono ad evitare l’arresto fuggirono all’estero. Salvatore “Ciaschiteddu” Greco, ricoverò a Caracas in Venezuela. La repressione causata dalla Strage di Ciaculli, diede un grosso colpo al traffico di eroina con gli Stati Uniti. I mafiosi vennero arrestati ed incarcerati. Il controllo sul traffico cadde nelle mani dei pochi fuggitivi: i cugini Greco, Pietro Davì, Tommaso Buscetta e Gaetano Badalamenti. Il 22 dicembre 1968, “Ciaschiteddu” Greco venne condannato in contumacia a quattro anni di carcere nel processo di Catanzaro. In Venezuela Greco fece un’alleanza con la famiglia Gambino di New York e con la famiglia Cuntrera-Caruana di Siculiana per facilitare il traffico di droga. Nel 1970 fu coinvolto nella decisione di restaurare la Commissione. Nel gennaio del 1978 “Ciaschiteddu” Greco, tornò dal Venezuela alleandosi con Gaetano Badalamenti, Giuseppe Di Cristina e Salvatore Inzerillo per vendicarsi contro il crescente potere dei corleonesi capitanati da Totò Riina. Il 7 marzo 1978, Salvatore Greco, morì a Caracas in Venezuela di cirrosi epatica.
Domenico Salvatore








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Ho visto Sgarbi a Striscia la Notizia (November 10, 2009) dire che eolica è collocata dove è la mafia, non dove soffia il vento, che per ogni poste arrivano più di un milione di soldi dei contribuenti di Europa. Una giustizia di Europa più intelligente non dava priorità a questi soldi e come sono usati alla volta di condannare contribuenti italiani a pagare €5.000 per una neoitaliana venita da Finlandia che non vuole corcifisso nelle scuole italiane?
Arrivera la giustizia di un Corrado Carnevale per mandarlo in libertà? O il carcere duro di Berlusconi? O il carcere durissimo di Alfano?