Doveva presenziare lunedì mattina all’udienza del processo “Bellu Lavuru”, inchiesta della DDA di Reggio Calabria, ma il presidente Vincenzo Giglio ha annunciato che non sarebbe venuto per problemi di salute
PARMA – IL PATRIARCA DELLA ‘NDRANGHETA “DON PEPPINO” MORABITO, INTESO ‘U TIRADRITTU, RICOVERATO IN CORSIA: INFARTO O MALORE PASSEGGERO?
Il mammasantissima della ‘ndrangheta era stato arrestato dal Ros, dai Cacciatori e dai Carabinieri del comando provinciale allora diretto dal colonnello Antonio Fiano il 18 febbraio del 2004 a Santa Venere, agro di Reggio Calabria, nei pressi di Cardato
Domenico Salvatore
PARMA – La notizia è su tutti i net-work. Chi dice che sia stato colpito da infarto; chi da collasso; chi da semplice malore. Il capo dei capi del mandamento jonico (ma c’è chi insiste nel dire che in quegli anni novanta e parte del terzo millennio “don Peppino” Morabito, capobastone di Africo, fosse diventato il capo di tutta la ‘ndrangheta calabrese, è stato ricoverato. “Zianu” riconosciuto di tutta la “Gramigna”. Riverito, temuto e rispettato sul territorio nazionale. Osannato all’estero presso le comunità calabresi, dove la ‘ndrangheta è rappresentata da regolari “Locali”. Al punto tale che il presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Roberto Centaro definì l’arresto di Morabito, ben più importante di quello del capo dei capi di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano, inteso ‘U zu’ Binu, arrestato in una fattoria in località Montagna dei cavalli, nei pressi di Corleone, l’11 aprile del 2006. Il boss doveva presentarsi al processo “Bellu Lavuru” che si sta celebrando al CEDIR, davanti ai giudici della Seconda Sezione del Tribunale reggino, col rito ordinario. Lunedì mattina 28 settembre 2009, doveva tenersi l’udienza, ma il “Tiradrittu” non c’era. Il presidente Vincenzo Giglio ha comunicato che l’anziano boss della ‘ndrangheta non sarebbe venuto. Causa un malore, che è stato variamente interpretato e commentato. La salute del 75enne africoto, non è di ferro. Non più. Gli anni e gli acciacchi della vecchiaia, ma soprattutto il peso della gestione del potere mafioso.Non è facile e comoda, la vita del latitante. E sono stati tanti gli anni trascorsi all’addiaccio. Lontano dai familiari, dall’aria di paese, dagli affari. Mentre le staffette svolgevano un lavoraccio per spostare il mammasantissima a dorso di mulo, di asino e di cavallo, di mortorino, di macchine e così via. In montagna tra boschi e valli in fior od in città come Milano, sotto la Madonnina del Duomo. In mezzo al fuoco delle faide o guerre di mafia. Impavido e carismatico, “don Peppino” Morabito che aveva ereditato lo scettro ed il carisma di “don Antonio” Macrì, padrino dei due mondi, secondo i pentiti e non solo quelli, metteva la pace, là dov’era impossibile per lo scorrimento del sangue a fiumi; per l’infinito tuonar di ferree canne, che rimbomba di casa in casa. Tra i clan in lotta nelle faide e perfino nelle guerre di mafia. Era stato coinvolto in tante operazioni. L’ultima in ordine di tempo “Bellu Lavuru” promossa dalla DDA di Reggio Calabria, sulle presunte infiltrazioni mafiose nei lavori di ammodernamento della super-strada jonica 106, variante di Palizzi. In pista il cartello dei Morabito-Palamara-Bruzzaniti ed i clan dei Talia,Vadalà, Maisano. Dei trentasette imputati quasi tutti avevano chiesto il rito abbreviato. Per Giuseppe Morabito, Giuseppe Pansera, Francesco Stilo ed Antonio Maisano si procederà col rito ordinario. Il rinvio è stato fissato per il 5 ottobre 2009. A proposito del sequestro dei beni mobili ed immobili, Pino D’Amico su Reggio Press scriveva…”Il Gip presso il Tribunale, nell’ambito del procedimento “bellu lavoro”, ha disposto il sequestro preventivo dei seguenti beni:
a. parte delle quote sociali intestate a Terenzio Antonio D’Agu’ del capitale della “D’Aguì Beton Srl”, numerosi immobili, anche in Roma e Crotone, nonché automezzi intestati o comunque riconducibili alla predetta persona;
b. il 50% del compendio aziendale della Movimentazione Autocarri, Betoniere, Escavatori srl;
c. l’intero capitale sociale e il patrimonio aziendale della società “La Primula di Isabella e Leonardo Dellavilla”;
d. appartamento intestato a Francesco Stilo e sito in Bovalino, nonché terreni siti in Bianco, per una superficie complessiva di circa 10 ettari intestati a Domenica Stilo, figlia convivente del prevenuto.
Si tratta di beni che il Gip, a seguito di indagini condotte dal Centro Operativo Dia reggina su delega della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, ha ritenuto strumento e/o profitto di infiltrazione mafiosa nei lavori di ammodernamento della Statale 106, variante di Palizzi, realizzati da imprese che hanno operato in regime monopolistico nel settore delle forniture di inerti, calcestruzzo e servizi. Le imprese locali interessate alla fornitura del calcestruzzo coinvolte dal presente sequestro di beni per circa complessivi 10 milioni di euro sono:
- Mabe srl con sede in Bova Marina, collegata alle famiglie mafiose di quel Comune;
- D’Aguì Beton srl, Asfalti – Calcestruzzi-Inerti, con sede in Bova Marina, il cui amministratore unico è Terenzio Antonio D’Aguì – classe 1961, ritenuto vicino alle cosche Vadalà-Talia;
- La Primula di Leonardo e Isabella Dellavilla, con sede in Bova Marina.
In particolare, il provvedimento ha riguardato beni riconducibili a persone già destinatarie di provvedimenti cautelari nella prima fase dell’indagine in quanto imprenditori di riferimento delle ‘ndrine operanti nei Comuni di Bova Marina e Africo. Più in particolare si tratta di:
- Terenzio Antonio D’Aguì, 48 anni;
- Mario Domenico Mauro, 50 anni;
- Leonardo Della villa, 34 anni;
- Francesco Stilo, 54 anni;
Dalle indagini condotte dalla Dia è emerso:
Ø per Terenzio Antonio D’Aguì, la costante sproporzione tra i redditi – prossimi allo zero – dichiarati sia dall’indagato che dal coniuge Rosa Crisci sin dai primi anni ‘90 e il contemporaneo acquisto di immobili da questi effettuati fino all’anno 2007, derivanti dall’esame dei dati contabili e fiscali della “D’Aguì Beton srl”, che è riuscita ad accaparrarsi una quota dell’appalto pubblico relativo al rifacimento della Statale 106 e dei lavori per la realizzazione dell’Istituto scolastico “Euclide”.
Ø per Mario Domenico Mauro, la stretta connessione tra la condotta di partecipazione all’associazione mafiosa contestata e lo strumento societario della Mabe srl, attraverso il quale la cosca mafiosa in cui Mauro è accusato di essere inserito si è accaparrato una quota degli appalti pubblici relativa a prestazioni di nolo a caldo di macchine per movimento terra, per un importo di 500 mila euro; e di cui in passato era socio Domenico Vadalà alias “Micu u lupu” capo dell’omonima consorteria;
Ø per Leonardo Dellavilla, genero del capo cosca Domenico Vadalà alias “Micu u lupu”, la stretta connessione tra la condotta di partecipazione all’associazione oggetto di contestazione e lo strumento societario de “La Primula snc”, di cui Dellavilla è il sostanziale dominus e che ha costituito lo strumento attraverso il quale la cosca mafiosa, in cui lo stesso Dellavilla è accusato di essere inserito, si è aggiudicata il contratto per la gestione del servizio di mensa nel cantiere, per un importo contrattuale di 325 mila euro;
Ø per Francesco Stilo, genero del boss Giuseppe Morabito, il “Tiradritto”, una sproporzione tra le somme lecitamente percepite dal medesimo e quelle destinate ad investimenti ed acquisizioni patrimoniali effettuate sin dal 1991 e per tutto il decennio di riferimento, in termini oggettivi di congruità ed in relazione alla riconducibilità della Icm alla cosca mafiosa dei Morabito e comunque alla sua diretta gestione. Giuseppe Morabito che si era appena consultato con uno dei suoi legali di fiducia, l’avvocato Maurizio Punturieri, noto personaggio del foro reggino e melitese, è stato ricoverato, in un ospedale di Parma, guardato a vista dalla Polizia penitenziaria. Un personaggio che per i suoi trascorsi sia pure mafiosi, molti addetti ai lavori, definiscono “leggendario”. Domenico Salvatore
Note
Il presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Roberto Centaro, lo riteneva il “numero uno” di tutte le mafie. Super-ricercato e superlatitante. Al primo posto nell’elenco dei trenta del Ministero degl’interni. Ai Carabinieri del comando provinciale, del ROS di Valerio Giardina e dei Cacciatori coordinati dal colonnello Antonio Fiano, comandante provinciale di Reggio Calabria che l’arrestavano in contrada Santa Venere, agro di Reggio Calabria, ma prossimo a Cardeto, il 14 febbraio del 2004, disse”Trattatemi bene” L’anziano boss nato a Casalinuovo di Africo il 15 agosto del 1934 ed il genero dottor Giusepe Pansera, erano armati, ma non ebbero il tempo di sparare e si arresero. Le congratulations furono unanimi dal mondo politico. A cominciare dal ministro degl’interni Beppe Pisanu per finire al presidente del consiglio Silvio Berlusconi. In precedenza erano stati arrestati il fratello ed il figlio di Giuseppe Morabito, che si chiamano entrambi Giovanni, di 54 e 40 anni. Un altro figlio del boss, Domenico Morabito di 39 anni, morì il 5 ottobre del 1996, involontariamente ucciso dalla polizia. Viaggiava a bordo di una pantera dei Carabinieri in borghese, che lo stavano trasferendo in caserma e per un tragico errore, durante la sparatoria, fu attinto da un unico colpo di pistola che lo uccise. C’è pure Rocco Morabito, padre di Bruna e Giovanni. I Morabito erano anche stretti alleati dei “corleonesi” di Totò Riina, il capo dei capi di Cosa Nostra arrestato il 15 gennaio del 1993; fu catturato dal Crimor (squadra speciale dei ROS guidata dal Capitano Ultimo) sulle indicazioni del pentito Baldassare Di Maggio, gestito dal generale dei Carabinieri Francesco Delfino. Riina, latitante dal 1969, venne arrestato al primo incrocio davanti alla sua villa in via Bernini n. 54, insieme al suo autista Salvatore Biondino, a Palermo), nella quale trascorse alcuni anni della sua latitanza insieme alla moglie Antonietta Bagarella e ai suoi figli; dopo oltre 30 anni di latitanza una parte della quale, assicurano i pentiti di mafia, trascorsa proprio ad Africo, “ospite” di don Peppe Morabito, padre di sei figli, definito dagli investigatori un “personaggio carismatico capace di imporre la pace nelle faide, di essere arbitro e mediatore, dotato di un’ autorevolezza che altri non hanno”.








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