Roma. Un’altra interessante mostra viene ospitata a Roma in questi giorni: al Vittoriano sono di casa gli Impressionisti e gli ecologisti di metà ’800. Una nuova percezione del mondo naturale si sostanzia davanti agli occhi del visitatore, in un atmosfera irreale capace di ricreare un ambiente che a distanza di oltre 150 anni, si rivela fecondo di significati e implicazioni attualissime.
Un approccio moderno figlio di una rilettura delle opere di questo periodo artistico che il Vittoriano ha inaugurato il 6 marzo e che resterà visibile fino al 29 giugno. Sono oltre 170 le opere che costituiscono il trionfo di questa prospettiva naturalista, in una panoramica del periodo che va dalla seconda metà del XIX secolo al primo decennio del Novecento, dalla Scuola di Barbizon alle Ninfee di Monet. Fil rouge del percorso, la raffigurazione del paesaggio e la mutata percezione che traspare attraverso le innovazioni tecniche.
Come d’incanto il visitatore si troverà avvolto in un atmosfera quasi surreale, dove l’uomo diventa piccolo piccolo dinnanzi ai capolavori della natura che tutto travolge e tutto racchiude in una tela esposta proprio davanti ai suoi occhi. Barbizon, Francia, nella foresta di Fontainebleau: negli anni Trenta dell’Ottocento il paesino diventa luogo di ritrovo e residenza per un gruppetto di pittori realisti conquistati dai soggetti rurali. Personaggi umili diventano centro della rappresentazione, lasciando il ruolo di comprimari che avevano nella pittura accademica. Il paesaggio naturale sostituisce quello classico e di corte visto fino ad allora: la Senna e la campagna parigina soppiantano Roma, Atene, l’Arcadia, Versailles, e perfino il Romanticismo, a favore di una maggiore aderenza alla realtà fisica.
I nuovi soggetti, e l’estrema attenzione alla luce e al suo mutare con lo scorrere del tempo segnano la produzione di Corot , di Rousseau, di Daubigny, di Diaz de la Peña e di Dupré. Tratti veloci e pennellate impastate ed evocative segnano lo scivolamento nell’Impressionismo: la nuova corrente trascina via l’accademia e arricchisce di ulteriori significati la Natura che continua a ritrarre. Il curatore della mostra, Stephen Eisenman, parla di una visione olistica e quasi ”ecologista” ante litteram che gli impressionisti sostituiscono gradualmente a quella nominalistica di Barbizon, con forme che variano nel tempo. Si va dalla Natura primigenia insita del pennello di Courbet, Boudine e Cazin a quella di Bazille, che pone la figura umana in primo piano ma perfettamente inserita nel paesaggio, invitando quasi a scivolare dall’una dentro l’altro. che fa convivere opere umane e cicli naturali. Sisley racconta nei suoi capolavori la vita del fiume e dei pescatori , Pissarro registra il taglio del bosco e l’arrivo dei borghesi cittadini, nuovi conquistatori di spazi fino ad allora considerati estranei se non ostili, e unisce nella raffigurazione edifici ed elementi naturali, portandoli quasi a condividere la stessa sostanza e consistenza.
Il punto di arrivo, dopo il contatto, è la convivenza, l’integrazione tra uomo e natura: nel primo Monet, il curatore della mostra vede una “isola sociale”, un sistema compiuto in sé che armonizza presenza umana e natura. Successivamente l’elemento umano va perdendosi, fino a perdersi nei campi di papaveri e sciogliersi nell’acqua delle Ninfee , che concludono la sua parabola artistica. Una mostra assolutamente da non perdere ricca di aspetti interessanti a cui l’attenzione del visitatore ha il dovere di “prostrarsi”, tanto e tale è l’estro fecondo della produzione degli artisti esposti. Il tutto nella bellezza di ben 170 opere. Al Vittoriano di Roma fino al 29 di Giugno
Federico Vinzi








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