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Reggio Calabria, Operazione “Artù”, ma la ‘ndranghet​a ricicla pure il “tesoretto​” del dittatore dell’Indon​esia?

Scritto da on ago 2nd, 2011 archiviato in Calabria, Cronaca, In Primo Piano, Locri, Reggio Calabria, Regionale. Puoi seguire questo articolo con gli RSS 2.0. Puoi lasciare un commento a questo articolo compilando il form in fondo allo stesso

Operazione “Artù”, 2 agosto 2011-08-02

Venti persone sono finite in manette, accusate di associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio, alla truffa e alla falsificazione di titoli di credito. I venti provvedimenti restrittivi (diciannove in carcere e uno ai domiciliari) sono stati firmati dal gip Silvana Grasso su richiesta del procuratore della Dda di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone e dell’aggiunto Nicola Gratteri. Dalle intercettazioni telefoniche era emerso, che sarebbero state intavolate diverse trattative per la negoziazione, con istituti bancari sia Italiani, come il Banco di Sicilia, sia esteri come Ing Direct, Unicredit, Monte dei Paschi di Siena e la stessa banca vaticana Ior. L’indagine, denominata “Artù”, è partita nel 2009 dal sequestro di un certificato di deposito emesso dal Credit Suisse per un importo di 870 milioni di dollari. Gli accertamenti successivi hanno rivelato che il certificato di credito era stato aperto nel 1961 ed intestato a mister  Sukarno’, il dittatore dell’Indonesia scomparso nel 1971 il cui figlio, negli anni ’90, tentò invano la scalata alla storica casa automobilistica “Bugatti”. Il provvedimento cautelare oggi in esecuzione, basato anche su rogatorie internazionali, è stato emesso dal GIP del Tribunale di Reggio Calabria, D.ssa Silvana Grasso, al termine di una complessa ed articolata richiesta del Procuratore Distrettuale Antimafia, Dott. Giuseppe Pignatone e del Procuratore Aggiunto, Dott. Nicola Gratteri, che hanno pienamente condiviso gli approfondimenti investigativi sviluppati dal P.M., D.ssa Sara Ombra. I capimafia meridionali (quelli reali, non quelli mitizzati nell’immaginario collettivo) non hanno alcuna dimestichezza né vocazione per le operazioni finanziarie. La valorizzazione del loro denaro, viene affidata per lo più a istituzioni e personaggi appartenenti alla sfera della cd. criminalità finanziaria. Si tratta di speculatori e avventurieri che promettono ai capimafia alti tassi di interesse e bassi rischi sul capitale depositato presso le loro banche.

REGGIO CALABRIA, VOLEVANO IMPOSSESSARSI DEL TESORETTO DEL DITTATORE DELL’INDONESIA SUKARNO. UN’ORGANIZZAZIONE CALABRO-SICULA VICINA ALLE COSCHE DELLA ‘NDRANGHETA,  DEI FAZZALARI-VIOLA-AVIGNONE  ED A “COSA NOSTRA” LEGATI, TRAMITE IL BOSS SALVATORE MICELI, AL MAMMASANTISSIMA SUPER-LATITANTE MATTEO MESSINA DENARO, RITENUTO L’EREDE DI TOTỐ RIINA E  BERNARDO PROVENZANO, INTESO ‘U ZU’ BINNU, AI VERTICI DELLA CUPOLA PALERMITANA, Ế STATA SGOMINATA DALLA GUARDIA DI FINANZA

Alle investigazioni in Sicilia ha collaborato il Nucleo speciale polizia valutaria della Guardia di Finanza. La base dell’organizzazione è stata individuata nella Piana di Gioia Tauro. I provvedimenti restrittivi sono stati eseguiti a Trapani, Reggio Emilia, Modena, Catanzaro, Palermo, Bologna, Verona, Cosenza e Reggio Calabria. Il procuratore capo della Repubblica, Giuseppe Pignatone:” Le trattative intavolate con le banche ci fanno porre alcune domande sul rischio di collusione o di una ingenuità eccezionale da parte dei funzionari bancari”.   Il procuratore aggiunto Nicola Gratteri,” Davanti ad una somma così ingente non sarebbe dovuto accadere che alcuni funzionari di banca, senza battere ciglio,  cominciassero a trattare ed a discutere la negoziazione del titolo”. Alcuni dei soggetti invischiati nell’operazione, risultano essere legati a cosche presenti sul territorio della Provincia di Reggio Calabria. Si tratta, nello specifico, di: Napoli Antonio affiliato alla cosca Longo-Versace (operante nella zona di Polistena); Galasso Antonino affiliato cosca Facchineri (operante nella zona di Cittanova); Filippone Rocco Santo e Filippone Francesco rispettivamente capocosca ed affiliato alla cosca Filippone-Bianchino-Petullà (operante nella zona di Cinquefrondi; Grupico Francesco affiliato alla cosca Aquino (operante nella zona di Marina di Gioiosa Jonica).

Domenico Salvatore

Reggio Calabria 2 agosto 2011 – Il principale problema delle mafie non è  tanto quello di procurarsi montagne di denaro (traffico di armi, droga, sigarette, gioielli, rifiuti, boat-people, rakett delle estorsioni, appalti e sub-appalti ecc.), quanto il’investimento ed il riciclaggio dello stesso. Inizialmente i capobastone, boss e mammasantissima non avevano nemmeno le Licenza Elementare. Poi venne la Licenza media. Quindi il diploma ed infine la laurea.  I capimafia erano dei perfetti analfabeti strumentali ed ignoranti in materia economica. Dovevano affidarsi ai faccendieri, ai trafficoni, affaristi, maneggioni, che rischiavano l’osso del collo. Alcuni come vedremo, hanno pure fatto una brutta fine. I capimafia furono costretti ad affidarsi poi a dei parenti imparaticci. In sèguito ai figli e nipoti ed infine a  se stessi, diventati menagers con tanto di laurea e di corsi para-universitari, masters ecc.  Gli arresti dell’operazione “Artù”, dimostrano a parte le frequenti joint-venture fra ‘ndrangheta e Cosa Nostra ed il mutuo soccorso in caso di difficoltà, fra le due mafie, dirimpettaie, anche la melliflua struttura della ‘ndrina, ritenuta da sempre orizzontale legata e collegata al territorio di appartenenza. Per come la descriveva la Commissione Parlamentare Antimafia…”  La ‘ndrina o cosca o famiglia che è radicata in un comune o in un quartiere cittadino. In un comune ci possono essere più ‘ndrine; in tal caso, allora, esse fanno parte di un ‘locale’. La ‘ndrina è formata essenzialmente dalla famiglia naturale, di sangue, del capobastone, alla quale si aggregano altre famiglie generalmente, o inizialmente, subalterne. Le famiglie aggregate non di rado sono imparentate a quella del capobastone. Una lunga catena di matrimoni ha contraddistinto la vita delle cosche mafiose sicché è possibile affermare che questa tendenza è comune a tutte le famiglie.”. Dice ancora la COPAN a proposito del capitolo dedicato al riciclaggio:” “La cosca Morabito-Palamara-Bruzzaniti, ha mantenuto legami con i gruppi palermitani Fidanzati e Ciulla contro i quali vi è stata un’azione giudiziaria molto forte: la loro presenza fisica all’ortomercato era nota da un decennio ed è documentata da recenti sentenze. Presso gli stand dell’ortomercato lavorano gruppi palermitani e gruppi calabresi di Africo e abbiamo chiarito recentemente l’esistenza di rapporti anche con la famiglia Dominante di Vittoria. Gli ortomercarti di Catania, Ragusa e Vittoria rappresentano l’interlocutore privilegiato dell’ortomercato di Milano. L’alleanza tra la famiglia Dominante, Cosa nostra e il gruppo Morabito di Africo si perpetua da un decennio”. La’ndrina, presenta diverse varianti. In ogni caso, quando ci sia di mezzo il business, precedenza a les affaires. Al Sud, come al Nord. Ad Est e ad Ovest. Ma l’operazione “Mare Verde” del 1993, ha dimostrato che le joint-venture funzionino anche fra Cosa Nostra e Camorra. La “Piovra”, nonostante le disastrose batoste, le ingenti perdite e le catastrofiche sconfitte, (secoli di galera, confische di beni mobili ed immobili nell’ordine dei miliardi di euri, tantissimi capobastone, sottocapi e gregari, sbattuti in prigione al 41bis od al carcere a vita, famiglie polverizzate), trova sempre la forza di rialzarsi e riprendere a delinquere come se nulla fosse. Piero Grasso,  procuratore nazionale antimafia, sintetizzava così, davanti ai parlamentari della Commissione d’inchiesta :”Il tradizionale controllo del territorio è esercitato dalle organizzazioni mafiose, anche con la disponibilità di  manodopera a bassissimo costo e il ricorso alla violenza dissuasiva, che ha permesso ai sodalizi criminali di imporsi come unico interlocutore imprenditoriale, capace di gestire, in regime di monopolio “. Lo Stato tuttavia, finalmente “veramente” impegnato nella lotta alla mafia, non arretra di un millimetro, deciso e tetragono a riconquistare il territorio, dopo averlo ripulito dalle erbacce come la gramigna, che infestano in lungo ed in largo. I processi si svolgono veramente e chi sbaglia paga; e dove ci  fossero perfino dei giudici compiacenti (e per caso od avventura)  beccati in connubio, complicità e connivenza, sarebbero regolarmente perseguiti a termini di legge; in ogni caso “pizzicati” in comportamenti non consoni, sospesi, processati e condannati. Come ci segnalano periodicamente le cronache. Le mele marce, in qualunque settore o zona si trovino, non hanno tregua nè requie. Una maxi operazione della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, diretta dal procuratore capo della Repubblica Giuseppe Pignatone, eseguita dalle Fiamme Gialle, contro la ‘ndrangheta e Cosa Nostra, che gestiva un colossale giro di riciclaggio e falsificazione di titoli di Stato per un valore  di centinaia di milioni di euro, ha demolito la super-cosca calabro-sicula. In manette, in tutta Italia,; 20 in manette, ha sgominato una ‘ndrina mista, che operava in sinergìa. Disarticolata in sostanza, un’organizzazione che riciclava falsi titoli di stato. L’indagine, denominata “Artù”, è partita nel 2009 dal sequestro di un certificato di deposito emesso dal Credit Suisse per un importo di 870 milioni di dollari. Gli accertamenti successivi hanno rivelato che il certificato di credito era stato aperto nel 1961 ed intestato a mister ‘Soekarno’, il dittatore dell’Indonesia scomparso nel 1971 il cui figlio, negli anni ’90, tentò invano la scalata alla storica casa automobilistica “Bugatti”.

La Guardia di Finanza di Locri (Reggio Calabria), diretta dal maggiore Ferdinando Mazzacuva, coordinato dal colonnello Alberto Reda, comandante provinciale, sotto la direzione della DDA di Reggio Calabria, ha bloccato una colossale operazione di riciclaggio di denaro, messa in atto attraverso l’intermediazione di esponenti di spicco della ‘ndrangheta reggina e di Cosa Nostra siciliana. Alle investigazioni in terra di Sicilia ha collaborato il Nucleo Speciale Polizia Valutaria della Guardia di Finanza. Venti persone sono state tratte in arresto in tutta Italia con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio, alla truffa e alla falsificazione di titoli di credito.

In particolare, l’attività, il cui primo riscontro è stato il sequestro, nei pressi di Rosarno (RC), in data 29 settembre del 2009, di un Certificato di deposito (in oro) del valore nominale di 870 milioni di dollari, nei confronti di due soggetti originari di Taurianova, vicini alla cosca egemone Fazzalari – Viola – Avignone, emesso nel 1961 dall’allora Credito Svizzero a nome del noto dittatore Indonesiano Mr. Soekarno (il cui vero nome era Kusno Sosrodihardjo), ha richiesto l’esecuzione di meticolose indagini finanziarie e tecniche, appostamenti e rilievi fotografici degli incontri avvenuti in varie parti del territorio nazionale

Particolare curioso è che il nome Soekarno, ci si riferiva allora al figlio dell’ex presidente indonesiano, è salito alla ribalta delle cronache già negli anni ’90, quando come finanziere d’assalto lo stesso si impegnava in grosse operazioni finanziarie, come l’acquisto della casa automobilistica inglese “Lotus” e il tentativo di acquistare la società italiana “Bugatti”.

L’operazione, convenzionalmente denominata “Artù”, che nella sua prima fase ha visto la collaborazione della Procura reggina con quella di Palmi, infligge un durissimo colpo ai suoi organizzatori ed esecutori, privandoli, tra l’altro, della possibilità di realizzare, in caso di esito positivo, un affare estremamente redditizio del valore di centinaia di milioni di euro, basti pensare che è stata rifiutata un’offerta pari al 45% del valore del titolo.

Il provvedimento cautelare oggi in esecuzione, basato anche su rogatorie internazionali, è stato emesso dal GIP del Tribunale di Reggio Calabria, D.ssa Silvana Grasso, al termine di una complessa ed articolata richiesta del Procuratore Distrettuale Antimafia, Dott. Giuseppe Pignatone e del Procuratore Aggiunto, Dott. Nicola Gratteri, che hanno pienamente condiviso gli approfondimenti investigativi sviluppati dal P.M., D.ssa Sara Ombra.

 La base dell’organizzazione è nella provincia di Reggio Calabria, precisamente nella piana di Gioia Tauro. Da qui sono partiti i soggetti che hanno cercato di monetizzare il titolo di credito rivolgendosi a insospettabili professionisti e cercando di coinvolgere contemporaneamente primari istituti di credito nazionali ed esteri (ci si riferisce a MPS, Banco di Sicilia, Unicredit, ING Direct e lo IOR). Per giustificare la legittima origine del certificato di deposito si era addirittura ricorsi al falso espediente di documentarne la provenienza attraverso un Monsignore deceduto che avrebbe ottenuto il titolo dal dittatore indonesiano come ricompensa per avergli salvato la vita durante una rivolta avvenuta in Indonesia a metà degli anni ’60 del secolo scorso. Per rendere credibile la versione e la falsa documentazione prodotta alcuni componenti del sodalizio si erano addirittura recati sulla tomba del religioso, realmente esistito, sita in Rombiolo (VV), per estrapolarne le date di nascita e di morte. Il traffico di denaro e di titoli non è una novità in assoluto nella ‘ndrangheta. Nonostante le leggi  Rognoni-La Torre del 1982; la Legge 197/91 e la Legge 328/93 che ha ratificato la Convenzione di Strasburgo del 1990 ; l’art. 53 bis del decreto Ronchi, quello che sanziona l’organizzazione di traffici illeciti di rifiuti ecc..  Se prima venivano presi in considerazione solo i delitti di rapina, estorsione, sequestro di persona e traffico di stupefacenti come attività prodromiche al riciclaggio, la nuova formulazione punisce chiunque “sostituisce o trasferisce denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto non colposo”. Questa nuova previsione normativa (fonte www.diritto.it) include tra l’altro anche gli episodi di corruzione politica ed amministrativa. A parte  l’adozione di un sistema informatico di supporto denominato G.I.A.N.O.S. (Generatore di indici di anomalie per operazioni sospette) che sarà in grado di individuare, in base ad alcuni parametri riferiti ai singoli correntisti, le attività bancarie non in linea con i comportamenti abituali dei correntisti stessi . Il riciclaggio avviene attraverso strumenti speculativi che consentono, oltretutto, una più alta remunerazione dei capitali investiti rispetto ai tassi di interesse bancari, quali il collocamento “porta a porta”, l’acquisto di titoli atipici, le operazioni di borsa, l’acquisto di certificati di fondi comuni di investimento italiani ed esteri e l’apertura di società fiduciarie.E’ accertato che il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi abbia riciclato e reinvestito per anni i capitali dei clan vincenti di Cosa Nostra, così come Michele Sindona aveva fatto con il denaro delle famiglie sconfitte nella guerra di mafia dei primi anni ’80: come ha affermato Francesco Marino Mannoia, un ex affiliato della famiglia di Santa Maria del Gesù ora collaboratore di giustizia “ Salvatore Inzerillo e Stefano Bontade (capi delle famiglie perdenti) avevano Sindona, gli altri (i Corleonesi) avevano Calvi Anche le società finanziarie costituiscono un canale privilegiato di riciclaggio, poiché consentono l’utilizzazione di disponibilità liquide in attività di finanziamento, senza il ricorso alla raccolta del risparmio tra il pubblico. Anche i settori del leasing e del factoring si prestano al riciclaggio. Esempio classico è l’emissione e l’utilizzazione di fatture per canoni di locazione finanziaria fittizie o l’acquisto simulato di beni strumentali e l’ammortamento degli stessi.Efficaci tecniche di occultamento dei profitti illeciti sono individuabili anche nell’area delle società commerciali, con scambi frequenti tra pacchetti azionari, trasferimenti di partecipazioni, scambi di cariche sociali. Sono noti i casi di piccoli e medi istituti di credito operanti in contesti ad alta densità mafiosa interamente assoggettati agli interessi criminali. Una recente inchiesta ha mostrato, ad esempio, che le due famiglie mafiose di Marina di Gioiosa Ionica, per altri versi rivali, erano unite nell’esercitare un ferreo controllo della locale filiale della Cassa di Risparmio di Calabria, tanto da chiedere ed ottenere il trasferimento dei direttori di filiali poco graditi (Tribunale di Reggio Calabria, 1994). E’ accertato che il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi abbia riciclato e reinvestito per anni i capitali dei clan vincenti di Cosa Nostra, così come Michele Sindona aveva fatto con il denaro delle famiglie sconfitte nella guerra di mafia dei primi anni ’80: come ha affermato Francesco Marino Mannoia, un ex affiliato della famiglia di Santa Maria del Gesù ora collaboratore di giustizia “ Salvatore Inzerillo e Stefano Bontade (capi delle famiglie perdenti) avevano Sindona, gli altri (i Corleonesi) avevano Calvi  (Paoli 1993). I finanzieri d’avventura sono stati affiancati in misura crescente negli ultimi anni da membri delle famiglie mafiose già residenti nel settentrione in quanto professionisti, imprenditori e speculatori. In diversi contesti dell’Italia centro-settentrionale le indagini giudiziarie hanno rivelato l’esistenza di accordi, alleanze e persino parziali fusioni tra raggruppamenti criminali di diversa matrice ai fini del riciclaggio e del reinvestimento di capitali illeciti. L’operazione denominata “Mare Verde” del 1993, ad esempio, ha colpito due sodalizi mafiosi, di origine siciliana e campana, attivi nella riviera ligure e nella Casta Azzurra francese (con ramificazioni in Europa e negli Stati Uniti) che riuscivano a “lavare” , anche tramite case da gioco, ingenti quantità di denaro sporco. Secondo stime approssimate per difetto, i flussi movimentati dai due gruppi  si aggiravano attorno ai duemila miliardi di lire all’anno e costituivano proventi di numerose attività illecite quali usura, truffe, estorsioni, e sfruttamento della prostituzione (Ministero dell’Interno, 1994). Da un indagine condotta dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Locri poi, è emerso che un locale imprenditore criminale riusciva a riciclare ingenti quantitativi di denaro di origine illecita per conto delle più potenti famiglie mafiose calabresi ( tra cui la cosca Aversa del versante ionico e quella dei Molè-Piromalli della piana di Gioia Tauro). Attraverso una rete di società finanziarie intestate a prestanome, con sede a Pescara, Padova, Ferrara e Milano, Salvatore Filippone ha compiuto transazioni per svariati miliardi di rubli e centinaia di milioni di dollari. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori,  Filippone stava persino progettando l’acquisizione di una banca a San Pietroburgo – Tribunale Locri, 1993). Nell’ ndagine coordinata dalla D.D.A. (Direzione Distrettuale Antimafia) di Firenze denominata “Unigold”, è emerso che alcune società orafe con sede ad Arezzo si prestassero a riciclare denaro proveniente dal traffico internazionale di cocaina, acquistando equivalenti partite di oro grezzo e lavorato sul mercato nazionale inviando poi tali partite a Panama.

La dottoressa Barbaini (Atti della Commissione Parlamentare d’inchiesta)ha illustrato tre diverse tipologie di riciclaggio, a loro volta espressione di diverse tipologie di comportamento dei funzionari operanti negli istituti di credito: “Una prima tipologia (che forse sarebbe meglio definire fenomenologia) di funzionario infedele caratterizza tutta una serie di operazioni di riciclaggio che si realizzano con capitali assolutamente reali, costituiti da fiumi di miliardi, che rappresentano prevalentemente i proventi del traffico di stupefacenti e dei successivi reinvestimenti; si tratta, quindi, di capitali reali, puliti, che circolano. In questo caso, il funzionario vuole ricavarne il budget, che anzi mira ad alzare per il premio, e la banca e l’ispettorato vogliono guadagnare da quell’operazione, da quel denaro reale, che – ripeto – arriva pulito. Ciò ha caratterizzato (non so se sia utile dirlo, ma lo faccio per concretezza) l’operato della Banca San Paolo di Brescia, alla quale siamo arrivati da San Marino, dove si riversava il denaro del gruppo Ciulla-Orio; dalla banca di Brescia, attraverso gli assegni circolari siamo arrivati alla Cassa di Risparmio di Torino, alla Deutsche Bank e alla Banca agricola mantovana: in tutte queste banche vi erano dei funzionari referenti, consapevoli della provenienza illecita del denaro, in diretto contatto per realizzare l’operazione di riciclaggio. Le operazioni di riciclaggio di questa prima tipologia sono quelle tradizionali e classiche: vengono versati due o tre miliardi di lire in contanti e si accende il libretto di risparmio ad un nominativo inesistente oppure si acquistano certificati di deposito o pronti contro termine, all’estinzione dei quali si procede al rinnovo oppure all’emissione di assegni circolari, oppure ancora questi vengono rinnovati in parte e viene ritirato, ad esempio, un miliardo in assegni circolari i quali poi vengono diffusi e polverizzati sulle tre banche in cui vi sono funzionari amici di altri rappresentanti del gruppo.

I provvedimenti emessi riguardano 20 soggetti dislocati (dato riferito alla mera residenza) nelle seguenti province: Trapani (2), Reggio Emilia (2), Modena (2), Catanzaro, Palermo, Bologna (2), Verona, Cosenza e Reggio Calabria (8). Solo uno dei venti provvedimenti cautelari personali fa riferimento ad arresti domiciliari.

 

In merito alla veridicità intrinseca del titolo, il Credit Suisse ha riferito che lo stesso risulterebbe falso ma, lo stesso GIP firmatario dell’ordinanza, d.ssa Silvana Grasso, esaminate anche le deduzioni della Procura, non risulta convinto di tale circostanza. Sul punto il G.I.P. argomenta, infatti, “““benché il Credit Suisse abbia comunicato la falsità del titolo, tale risposta non può considerarsi genuina perché l’Istituto di Credito ha tutto l’interesse a non consentire la negoziabilità del titolo stesso. Le evidenze investigative, al contrario, portano a ritenere che il titolo sia vero atteso che nessuno dei soggetti intercettati fa mai cenno a tale falsità nemmeno parlandone fra di loro e che gli istituti di credito interessati hanno dimostrato un interesse concreto soprattutto dopo aver svolto gli accertamenti preliminari su canali paralleli attivati per verificare la veridicità del titolo”””.

Addirittura, allo scopo di continuare nella trattativa, visto che il titolo si trovava in sequestro, gli indagati, ad un certo punto, presentano ai potenziali acquirenti un falso decreto di dissequestro sul quale era stata apposta una firma apocrifa del Pubblico Ministero di Palmi, premurandosi di mettere in circolazione una copia del titolo a colori della quale erano in possesso poiché realizzata per cercare di limitare, nei vari incontri tenuti in distinti luoghi del territorio nazionale presso gli Istituti di credito coinvolti, la circolazione dell’originale. In ultimo, occorre considerare come dalle evidenze investigative sia emerso che l’associazione, nel tempo, si è preparata gestendo, in modo professionale, altri affari dello stesso tipo che, seppur di importi decisamente inferiori, sarebbero andati a buon fine. Ciò conferma come l’organizzazione, con la compiacenza delle famiglie di ‘ndrangheta localmente presenti, fosse stabilmente attiva sul territorio della piana di Reggio Calabria e specializzata in attività di riciclaggio finanziario.Il nome dell’operazione trae origine da una conversazione telefonica tra due soggetti indagati che, riferendosi alla genuinità del certificato, parlavano in codice della “vicenda Artù” dando conferma del fatto che il titolo fosse stato giudicato veritiero/originale da parte dei vertici operativi di un primario Istituto bancario. Più nel dettaglio, risultano destinatari della misura della custodia cautelare in carcere: Andronaco Vincenzo, nato a Oppido Mamertina (RC) il 04.09.1973; Angelo Andrea, nato ad Alcamo (TP) il 07.05.1978; Angelo Salvatore, nato a Salemi (TP) il 02.04.1949; Arena Rocco, nato a Taurianova il 25.10.1970; Baccarini Paolo, nato a Modena il 25.09.1966; Dattilo Vincenzo, nato a Nicastro (CZ) il 23.05.1956; Drago Antonio, nato a Valledolmo (PA) il 18.02.1957; Fidale Michele, nato a Polistena (RC) il 31.10.1961; Filippone Francesco, nato a Melicucco (RC) il 10.08.1980; Filippone Rocco Santo, nato ad Anoia (RC) il 10.03.1940; Galasso Antonino, nato a Cittanova (RC) il 19.05.1952; Galati Nicola,  nato a Vibo Valentia il 04.03.1958; Grupico Francesco, inteso “Franco”, nato a Marina di Gioiosa Ionica il 17.01.1967; Napoli Antonino, inteso “Nino”, nato a Polistena il 28.05.1954; Rovitti Alessio Vincenzo, nato a Cassano allo Ionio (CS) il 24.03.1975; Sposato Carmelo, nato a Taurianova (RC) il 09.11.1974; Sposato Giuseppe, nato a Taurianova (RC) il 11.02.1965; Surace Antonio, inteso “Antonello”, nato a Polistena (RC) il 08.07.1977; Ursino Rocco, nato a Locri (RC) il 19.12.1960.

Mentre sono stati disposti gli arresti domiciliari per la sola Rozzi Daniela, nata a Modena il 24.12.1968.Alcuni dei soggetti risultano essere legati a cosche presenti sul territorio della Provincia di Reggio Calabria. Si tratta, nello specifico, di:

- Napoli Antonio affiliato alla cosca Longo-Versace (operante nella zona di Polistena);

- Galasso Antonino affiliato cosca Facchineri (operante nella zona di Cittanova);

- Filippone Rocco Santo e Filippone Francesco rispettivamente capocosca ed affiliato alla cosca Filippone-Bianchino-Petullà (operante nella zona di Cinquefrondi);

- Grupico Francesco affiliato alla cosca Aquino (operante nella zona di Marina di Gioiosa Jonica).

Angelo e Andrea Salvatore, invece, risultano essere legati a Cosa Nostra in quanto vicini alla famiglia di Salemi (inteso come Comune di Salemi), nella persona di Salvatore Miceli (di recente tratto in arresto a Caracas in Venezuela), a sua volta legato al ben più noto Matteo Messina Denaro. Il loro intervento era, in particolare, volto alla negoziazione del titolo presso il Banco di Sicilia di Palermo. Domenico Salvatore

In questa storia si parla dell’ ingegnere ed uomo politico Ahmed Sukarno nato nel 1901 e morto nel 1970 a Giacarta, la capitale dell’Indonesia, il più grande arcipelago del mondo con 17.000 isole; ed una popolazione prossima ai 240 milioni di abitanti. Fondatore nel 1927 del partito nazionalista. Nel 1945con la proclamazione dell’indipendenza (dall’Olanda) era stato nominato presidente dell’Indonesia; oggi il più grande Paese di religione musulmana . Nel 1956 nell’Indonesia c’era una forma di democrazia guidata con due partiti:_il partito nazionalista Indonesiano ed il Partito comunista Indonesiano. Nel 1963 fu nominato presidente a vita. Nel 1965 uscì dall’ONU. Rimase in carica sino all’11-14 ottobre del 1965, quando fu defenestrato con un colpo di Stato diretto dal generale Suarto, capo di stato maggiore dell’esercito.  Nel 2000, Suarto fu messo agli arresti domiciliari Pure lui in carica sino al 1998, quando per la solita crisi economica, fu costretto a dimettersi ed a nominare suo successore Jusuf  Habibie; poi venne Abdurrahman Wahid e quindi Megawati Sukarnoputri. Nel 2004 le elezioni furono vinte da Susilo Bambang Yudhoyono. Domenico Salvatore

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